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domenica 4 aprile 2010

Stipendi medi in Italia

Stipendi medi tra i più bassi d'Europa. Cuneo fiscale molto elevato. Questa in sintesi la situazione lavorativa italiana per l'anno in corso, secondo un rapporto redatto dall'Eurispes.
Il 'Rapporto Italia 2010', un'analisi sullo stato della politica, dell'economia e della società italiana, redatto dall'Eurispes, come avviene ogni anno, mostra la situazione italiana degli stipendi lavorativi.
Nella classifica Ocse, si collocano tra i primi dieci: Corea del Sud (39.931 dollari), Regno Unito (38.147), Svizzera (36.063), Lussemburgo (36.035), Giappone (34.445), Norvegia (33.413), Australia (31.762), Irlanda (31.337), Paesi Bassi (30.796) e Usa (30.774).
Mentre l'Italia, con 21.374 dollari (poco più di 14.700 €), occupa la ventitreesima posizione, collocandosi dopo quegli altri paesi europei con retribuzioni nette annue che si aggirano in media intorno ai 25mila dollari, tra i quali: Germania (29.570), Francia (26.010), Spagna (24.632).
L'Italia supera solo: Portogallo (19.150), Repubblica Ceca (14.540), Turchia (13.849), Polonia (13.010), Slovacchia (11.716), Ungheria (10.332) e Messico (9.716).
Volendo fare un paragone con gli altri cittadini europei, il lavoratore italiano percepisce un compenso salariale che è inferiore del 44% rispetto al dipendente inglese, guadagna il 32% in meno di quello irlandese, il 28% in meno di un tedesco, il 19% in meno di un greco, il 18% in meno del cittadino francese e il 14% in meno di quello spagnolo.
I lavoratori italiani incassano dunque ogni anno retribuzioni medie tra le più basse dei paesi industrializzati, mediamente il 17% in meno della media Ocse, il cui valore è pari a 25.739 dollari.
Se invece come termine di paragone viene assunta l'Europa a 15 (27.793 dollari annui di media), lo stipendio italiano è inferiore del 23% o nell'Europa a 19 (mediamente 24.552 dollari annui), il compenso medio annuo del lavoratore italiano è minore del 13%.
Per quanto riguarda invece il discorso del cuneo fiscale, assumendo come parametro un lavoratore dal salario medio single e senza figli, il peso del cuneo fiscale è pari al 46,5% (lo 0,25% in più rispetto al 2007 e l'1,1% in più rispetto al 2005)), che determina la 'sesta posizione del nostro Paese tra i 30 paesi Ocse'.
Se invece di un lavoratore single e senza figli si prende come punto di riferimento la figura-tipo di un lavoratore dal salario medio sposato e con due figli, il carico del cuneo fiscale 'si riduce, continuando comunque a mantenere un valore elevato' (36%), facendo scendere l'Italia all'undicesimo posto in classifica.
In parole povere, spiega l'Eurispes, il lavoratore italiano percepisce un compenso salariale 'pari a quasi la metà del costo effettivamente sborsato dal datore di lavoro per la sua prestazione professionale, a causa dell'eccessivo costo del lavoro'.
Una situazione veramente difficile ed imbarazzante, che costringe milioni di italiani a faticare per arrivare alla fine del mese.

Fonte:
http://www.businessonline.it/3/LavoroeFisco/2698/rapporto-italia-eurispes-2010-la-situazione-salariale.html

lunedì 15 marzo 2010

Redditi dichiarati al fisco nel 2008 in Italia

Tabella 3 - Redditi dichiarati al fisco nel 2008
(dati in migliaia di euro)
Categorie di contribuenti
Reddito medio dichiarato
Notai
404,8
Farmacisti
126,1
Dirigenti
105,5
Avvocati
49,1
Dentisti
45,1
Tabaccai
43,5
Ingegneri
37,4
Architetti
26,3
Consulenti fiscali
24
Geometri
23,9
Agenti immobiliari
22,7
Albergatori
21,1
Agronomi
21
Giornalai
20
Concessionari automobili
19,2
Psicologi
17,1
Ristoratori e bar
16,4
Gioiellieri e orologiai
15,8
Meccanici
15,4
Tassisti
13,6
Parrucchieri e barbieri
10,4
Media (totale contribuenti)
18,9
Fonte: Elaborazioni e stime Manageritalia su dati Agenzia delle entrate (Banca dati studi di settore)

domenica 14 marzo 2010

Informatica 2010 in Italia sarà negativa secondo Assinform. Nuovi disoccupati e aziende in crisi..

Oggi a Milano sono stati presentati i dati di anticipazione del Rapporto Assinform 2010, che fotografano nel nostro Paese un settore IT fortemente penalizzato dalla crisi.

Paolo Angelucci, Presidente di Assinform, ha definito il 2009 'annus horribilis' per il mercato mondiale dell'Ict. Il disinvestimento italiano in Information Technology, pari a 1.657 milioni di euro, è un segnale allarmante di arretramento del Paese verso assetti strutturali di basso profilo competitivo, che rischiano di condannarci alla stagnazione.

Lo scorso anno abbiamo segnato un passo indietro del -8.1%, mentre per il finire dell'attuale l'Italia è destinata a segnare un -3.1%.

Sono, infatti, arretrati tutti i parametri del mercato: hardware (-14,8%), software (- 3,6%), servizi (- 6,5%); grandi imprese (-10,3%), medie (- 7,3%), piccole (-8,0%).

L'impatto economico e occupazionale dell'IT, nonché le sue potenzialità nei processi di sviluppo del Paese sono largamente sottovalutati dalle istituzioni.

Eppure, per uscire dalla crisi e aprire la strada della crescita, l'Italia non ha scelta, deve riprendere a investire in Information Technology.

Per questo occorre un'azione che sia un segnale chiaro di inversione di tendenza, anticipatore di una politica strategica per l'innovazione e lo sviluppo.

Come nel mercato automobilistico, anche nel settore software si dovrebbe pensare a degli incentivi per la rottamazione. Anche per il fatto che gli incentivi nel settore IT sono due volte e mezzo più efficaci di quelli fatti nel mercato delle auto.

I software applicativi, infatti, sono fattori cruciali per la modernizzazione delle imprese, dell'economia, della PA e costituiscono il cuore del valore aggiunto prodotto dal settore in Italia.

Per quanto riguarda le aziende invece, si confermano, purtroppo, le previsioni negative sull'andamento occupazionale. Il 65% delle aziende conferma i livelli dei dipendenti dello scorso anno; il 27% pensa ad un miglioramento e l'8% circa prevede dei tagli.

Il calo maggiore è previsto per i consulenti delle grandi imprese, delle quali ben il 54,5% ha dichiarato di utilizzare meno forza lavoro esterna, molto spesso purtroppo formata da dipendenti di medie e piccole imprese della filiera.

Sul fronte delle telecomunicazioni la situazione non migliora affatto: per la prima volta da tre lustri a questa parte il mercato della telefonia mobile segna una contrazione nella sua crescita pari a -1,5%.

Durante la conferenza Angelucci ha infine annunciato alcune importanti iniziative di Assinform.

Un argomento che preme molto è la tendenza tutta italiana di abbassare le tariffe professionali, trascurando la qualità. Tutto ciò mortifica gli investimenti in capitale umano delle imprese IT, che rappresenta ben il 26% dei ricavi aziendali, mentre penalizza i clienti e la qualità dei loro progetti e servizi.

Inoltre stiamo per concludere un primo accordo innovativo con un importante istituto bancario che prevede finanziamenti a medio termine per le aziende che investono in IT comprendendo, per la prima volta, anche le componenti immateriali (software e servizi) .


Fonte:

http://www.businessonline.it/3/LavoroeFisco/2708/rapporto-assinform-mercato-it-2010-italia.html


martedì 23 febbraio 2010

Salario

Da wikipedia:
http://it.wikipedia.org/wiki/Stipendio

Il salario è il compenso (retribuzione) ricevuto da un lavoratore dipendente per le proprie prestazioni professionali. L'etimologia del termine si rifà all'antica Roma, dove i soldati delle legioni venivano pagati in sale.

In macroeconomia, si definisce salario reale o potere di acquisto (dei salari) il rapporto w / p, nel quale w (inglese "work") indica il fattore lavoro (su base oraria, di euro/mese, ecc.) e p è un indice dei prezzi, detto deflatore, che depura una grandezza economica dagli effetti dell'inflazione.

L'indicatore dei prezzi si calcola come media pesata di un paniere di beni e servizi: per la coerenza della misura è fondamentale che il paniere preso in considerazione sia costante nel tempo, che sia rappresentativo dei consumi della famiglia italiana media (due lavoratori con due figli a carico), e che i prezzi su cui si effettua il calcolo siano misurati nello stesso periodo di riferimento. I prezzi vengono pesati sulla quantità, moltiplicandoli per un coefficiente che è la quantità venduta di ognuno in percentuale al totale.

Il punto di vista (neo)classico

Secondo gli economisti di orientamento classico, il salario è la retribuzione del fattore della produzione lavoro e la sua entità dipende dal costo-opportunità per il lavoratore della rinuncia ad altre occupazioni (incluso l'ozio) durante il periodo impiegato per svolgere la propria mansione. Secondo questa teoria, la determinazione del salario secondo la legge della domanda e dell'offerta permette anche a questo fattore della produzione di assestare il suo prezzo al valore ottimale. Da questo punto di vista, le lotte sindacali sono una forma di collusione che influenza la determinazione dei prezzi allontanandoli dall' optimum. Adam Smith nella "Ricchezza delle nazioni" criticò ripetutamente le corporazioni e gli ordini professionali come un ostacolo all'efficienza del libero mercato e all'inserimento dei giovani nel mondo del lavoro.

Il punto di vista marxista

In contrasto con la precedente visione, secondo gli economisti di orientamento marxista, il salario è il prezzo della forza lavoro. Il lavoro, infatti, secondo Marx è il consumo della forza lavoro, mentre è la forza lavoro, perlomeno nel capitalismo, a costituire una merce e in quanto tale scambiata sul mercato secondo il suo valore di scambio. Come tutte le merci (v. Teoria marxiana del valore), dunque, la forza lavoro viene venduta approssimativamente ad un valore equivalente al lavoro socialmente necessario per la sua produzione; ma il costo di produzione della forza lavoro è il "costo di produzione" di un operaio in grado di lavorare e disposto a farlo, quindi in sostanza (se non esistessero le lotte ne Il capitale). Questo spiega, secondo Marx, l'origine del profitto del capitalista: secondo la teoria del plusvalore, infatti, il valore della forza lavoro impiegata nella produzione (cioè approssimativamente il salario) è inferiore al valore aggiunto alla merce prodotta (che è pari al lavoro impiegato); la differenza fra forza lavoro e lavoro è quindi alla base della teoria marxista del profitto e sfruttamento.

giovedì 4 febbraio 2010

Stipendi medi in Italia e confronto con l'Europa. La laurea non è garanzia di un migliori impiego e maggior remunerazione.

Stipendi medi tra i più bassi d'Europa. Cuneo fiscale molto elevato. Questa in sintesi la situazione lavorativa italiana per l'anno in corso, secondo un rapporto redatto dall'Eurispes.


Il 'Rapporto Italia 2010', un'analisi sullo stato della politica, dell'economia e della società italiana, redatto dall'Eurispes, come avviene ogni anno, mostra la situazione italiana degli stipendi lavorativi.

Nella classifica Ocse, si collocano tra i primi dieci: Corea del Sud (39.931 dollari), Regno Unito (38.147), Svizzera (36.063), Lussemburgo (36.035), Giappone (34.445), Norvegia (33.413), Australia (31.762), Irlanda (31.337), Paesi Bassi (30.796) e Usa (30.774).

Mentre l'Italia, con 21.374 dollari (poco più di 14.700 €), occupa la ventitreesima posizione, collocandosi dopo quegli altri paesi europei con retribuzioni nette annue che si aggirano in media intorno ai 25mila dollari, tra i quali: Germania (29.570), Francia (26.010), Spagna (24.632).

L'Italia supera solo: Portogallo (19.150), Repubblica Ceca (14.540), Turchia (13.849), Polonia (13.010), Slovacchia (11.716), Ungheria (10.332) e Messico (9.716).

Volendo fare un paragone con gli altri cittadini europei, il lavoratore italiano percepisce un compenso salariale che è inferiore del 44% rispetto al dipendente inglese, guadagna il 32% in meno di quello irlandese, il 28% in meno di un tedesco, il 19% in meno di un greco, il 18% in meno del cittadino francese e il 14% in meno di quello spagnolo.

I lavoratori italiani incassano dunque ogni anno retribuzioni medie tra le più basse dei paesi industrializzati, mediamente il 17% in meno della media Ocse, il cui valore è pari a 25.739 dollari.

Se invece come termine di paragone viene assunta l'Europa a 15 (27.793 dollari annui di media), lo stipendio italiano è inferiore del 23% o nell'Europa a 19 (mediamente 24.552 dollari annui), il compenso medio annuo del lavoratore italiano è minore del 13%.

Per quanto riguarda invece il discorso del cuneo fiscale, assumendo come parametro un lavoratore dal salario medio single e senza figli, il peso del cuneo fiscale è pari al 46,5% (lo 0,25% in più rispetto al 2007 e l'1,1% in più rispetto al 2005)), che determina la 'sesta posizione del nostro Paese tra i 30 paesi Ocse'.

Se invece di un lavoratore single e senza figli si prende come punto di riferimento la figura-tipo di un lavoratore dal salario medio sposato e con due figli, il carico del cuneo fiscale 'si riduce, continuando comunque a mantenere un valore elevato' (36%), facendo scendere l'Italia all'undicesimo posto in classifica.

In parole povere, spiega l'Eurispes, il lavoratore italiano percepisce un compenso salariale 'pari a quasi la metà del costo effettivamente sborsato dal datore di lavoro per la sua prestazione professionale, a causa dell'eccessivo costo del lavoro'.

Una situazione veramente difficile ed imbarazzante, che costringe milioni di italiani a faticare per arrivare alla fine del mese.


Fonte:

http://www.businessonline.it/3/LavoroeFisco/2698/Stipendi_medi_in_Italia_e_confronto_con_l%27Europa_La_laurea_non_%C3%A8_garanzia_di_un_migliori_impiego_e_maggior_remunerazione.html

Per gentile concessione di AprileOnline.info

martedì 2 febbraio 2010

Nel 2009 retribuzioni in salita. Ma gli stipendi sono tra i più bassi dell’Ocse

Buste paga italiane un po’ più pesanti nel 2009, grazie al blocco dell’inflazione. Ma sempre più leggere di quelle della maggioranza dei paesi industrializzati riuniti nell’Ocse. Vediamo i dati nel dettaglio: l’Istat, per l’anno appena trascorso, rivela che c’è stato un aumento tendenziale medio del 3% delle retribuzioni, con un tasso d’inflazione largamente inferiore, dello 0.8%.
Il che si traduce in un maggiore potere d’acquisto per gli italiani. Ma se andiamo a vedere il dato degli aumenti nel 2008, si nota che prima della crisi le retribuzioni erano aumentate del 3,5%, quindi mezzo punto in più che nel 2009, a fronte però di un’inflazione molto maggiore. Per quanto riguarda i vari settori, le retribuzioni sono cresciute su base annua dell’1,6% in agricoltura, del 3,6% nell’industria, del 2,2% nei servizi e del 2,6% nella pubblica amministrazione.
In un periodo di crisi generale un aumento delle retribuzioni medie è certo un dato positivo, ma non basta a far ben figurare l’Italia nel gruppo dei trenta paesi più industrializzati del mondo, l’Ocse.
Secondo le ultime classifiche siamo infatti al ventitreesimo posto quanto a stipendi medi. Davanti solo alla Repubblica Ceca, l’Ungheria, il Messico, la Nuova Zelanda, la Polonia, il Portogallo, la Slovacchia e la Turchia. E ben dietro alla maggioranza dei paesi Ue: i salari lordi sono in media inferiori del 32% rispetto all’area Euro. E a questo dato si aggiunge il peso non indifferente di tasse e contributi sociali. Il risultato? “Con un salario medio netto annuo che ammonta a 21.374 dollari, pari a poco più di 14.700 euro” si legge nell’ultimo rapporto dell’Eurispes, “il lavoratore italiano percepisce un compenso salariale che è inferiore del 44% rispetto al dipendente inglese, del 32% in meno di quello irlandese, il 28% in meno di un tedesco, il 19% in meno di un greco, il 18% in meno del cittadino francese e il 14% in meno di quello spagnolo”.

Fonte:
http://blog.panorama.it/economia/2010/02/01/nel-2009-retribuzioni-in-salita-ma-gli-stipendi-sono-tra-i-piu-bassi-dellocse/

martedì 5 gennaio 2010

Gli stipendi lordi degli italiani del 2008 sotto la media Ue del 32,3%

— Non è solo un problema di tasse. È vero che l’imposizione fiscale fa del suo meglio, ma se le buste paga degli italiani, che nel 2008 secondo i dati anticipati dal Corriere della Sera, hanno denunciato un reddito medio di 19.100 euro, sono tra le più basse in Europa e tra i Paesi industrializzati, è colpa anche dei salari lordi troppo bassi e dei contributi sociali molto alti che gravano sui lavoratori e sulle imprese. E un po’ anche dell’università che in Italia, a differenza di moltissimi altri Paesi, non rappresenta un investimento redditizio per ottenere salari più alti nella carriera lavorativa.
Secondo le ultime classifiche dell’Ocse gli stipendi netti degli italiani sono al ventitreesimo posto nella classifica dei trenta Paesi più industrializzati che aderiscono all’organizzazione. E se si considera lo stipendio al lordo delle ritenute fiscali e dei contributi, la nostra classifica migliora solo di una posizione. A parità di potere d’acquisto, lo stipendio di un lavoratore italiano single senza figli è pari a 30.245 dollari, e nella graduatoria Ocse siamo davanti solo alla Repubblica Ceca, l’Ungheria, il Messico, la Nuova Zelanda, la Polonia, il Portogallo, la Slovacchia e la Turchia. E nella classifica che considera il salario netto, pari per un italiano a 21.374 dollari, ci supera pure la Nuova Zelanda. La nostra distanza dalla testa della classifica, che vede al primo posto per il salario netto la Corea (39.931 dollari), seguita da Regno Unito (38.147) e dalla Svizzera (36.063), è siderale. Ma siamo molto lontani anche dalla Germania (29.570 dollari) e dalla Francia (poco più di 26 mila).
Per farla breve, basti considerare che i salari lordi italiani sono più bassi del 32,3% rispetto alla media dell’Europa a quindici. Naturalmente, siamo ben sotto la media dei 30 Paesi Ocse, con un 16% per cento abbondante in meno. Le differenze del salario tra gli italiani e i loro concittadini europei appaiono ancor più macroscopiche se si considerano i valori assoluti degli stipendi: 26.191 euro lordi per un lavoratore medio italiano, 32.826 per un francese, 43.942 per un tedesco e poco meno per un olandese. Solo spagnoli, greci e portoghesi, ma senza considerare l’inflazione, le tasse ed i carichi sociali previdenziali, sono dietro. E il peggio è che con il tempo, da noi, le cose stanno peggiorando.

Fonte:
http://www.corriere.it/economia/10_gennaio_04/redditi_6f4e8b70-f903-11de-9441-00144f02aabe.shtml